La salute come approccio interdisciplinare e il ruolo sinergico del Terzo settore

La salute come approccio interdisciplinare e il ruolo sinergico del Terzo settore
Sandra Gallerini, Direttivo nazionale SISS

1. Introduzione

Oggi più che mai si considera la salute come bene comune e l’approccio interdisciplinare sembra essere una prospettiva che le Istituzioni, promuovendo le politiche socio-sanitarie, stiano prendendo in considerazione. E in tal senso il Terzo settore potrebbe diventare un interlocutore con cui poter realizzare tale approccio.
L’interdisciplinarietà porta a discutere come cambiare la didattica, e quindi far interagire le discipline, per conseguire professionalità adeguata, in grado di rispondere ai nuovi bisogni. Non è un caso che il Governo ha cominciato a prendere in carico il tema della “responsabilità professionale” di cui l’On. Federico Gelli è stato relatore della proposta di legge. Per Gelli è determinante il ruolo delle competenze in sanità, tanto che il Parlamento, e il Governo, hanno introdotto nella Legge di Stabilità del 2015 il Comma 566 inerente la definizione di nuove competenze per gli operatori sanitari e tecnici. L’obiettivo è quello di valorizzare tutte le figure professionali del settore per garantire un alto livello di assistenza al cittadino. «Questo significa che in ogni ambito ciascun operatore avrà la possibilità di svolgere al meglio il proprio lavoro senza alcuna prevaricazione, attraverso un’integrazione di competenza strategica e mirata, con l’obiettivo di accrescere la qualità del nostro Sistema Sanitario, puntando sulla meritocrazia». Quindi la competenza diventa importante quando si parla di formazione degli operatori sanitari al fine di prevenire e ridurre il rischio medico.

Anche in Europa si va sempre più affermando un approccio interdisciplinare al concetto di salute, che potrebbe favorire sempre più il coinvolgimento sinergico della società civile organizzata, andando oltre alle sole competenze scientifiche e cominciando a pensare alla persona nel suo insieme. Potrebbe essere perciò un precipuo interesse scientifico per la sociologia della salute, indagare un terreno ancora inesplorato, ovvero quello del Terzo settore in sanità e approcci interdisciplinari, rileggendo esperienze e tendenze finora descritte per lo più sotto forma di dossier e a livello di riflessione giornalistica. Nei prossimi due capitoli infatti, attraverso un approccio qualitativo, si darà un quadro sintetico di come
l’approccio interdisciplinare, anche in chiave di genere, diventa non solo uno dei punti programmatori delle politiche regionali ma anche un concetto fondamentale su cui molte non profit si ispirano.

2. La prospettiva interdisciplinare e di genere in tre regioni italiane

Prendere in considerazione tre regioni – una del nord, del centro e del sud -, intervistando i rispettivi assessori regionali con delega alla salute, è una ricostruzione necessariamente forzata ma che, per il percorso di riassetto che le ha interessate e in parte per l’attenzione alla questione di genere, offre una visione chiara di come tale prospettiva stia entrando nelle politiche e nella organizzazione dei sistemi sanitari. Una prospettiva quindi nuova sulla quale tutti gli attori – dai singoli professionisti della salute ai decision makers fino agli attori non profit – possono collocare e inquadrare la loro esperienza e la futura progettualità.
Nel 2012 Foglietta F. e Toniolo F. analizzano e confrontano alcuni modelli regionali in cui si teneva conto della centralità del cittadino-utente, preso in carico nella sua globalità, degli interventi socio-sanitari domiciliari, tenuto conto della responsabilizzazione dei medici ed il consolidamento dei servizi territoriali sociali.
Le peculiarità femminili e maschili rappresentano un elemento fondante nel definire la salute e il benessere individuale: è un processo anche culturale, oltre a influenzare in modo sensibile l’accesso, la qualità e l’aderenza alle cure stesse .

2.1 Basilicata: cenni alle politiche socio-sanitarie e di genere
L’indersciplinarietà è fondamentale perché la salute non può essere affrontata solo da un punto di vista biologico, secondo l’Assessora Flavia Franconi. «E’ importante cominciare a pensare alla persona nel suo insieme, potremmo dire intesa nel senso “social biologico”: e l’integrazione socio-sanitaria aiuta in tal senso. Il metodo “bios + sociale” non è ancora stato studiato e applicato: sarà la sfida del prossimo futuro». Una nuova visione, quindi, in cui il sociale dovrebbe essere meno assistenziale ma con un ruolo più attivo, di collaborazione, dove è importante che medici e professionisti, nonché operatori sociali, parlino la stessa lingua.
Il medico dovrebbe essere sensibile agli aspetti più legati al sociale, soprattutto per alcune tipologie di malattie (si pensi alle malattie degenerative, ad esempio). Ciò sarà possibile con la formazione durante il percorso universitario o post laurea. La dicotomia tra medici, sociologi, psicologi non è più pensabile oggi. «Per quanto concerne la nuova legge sulla responsabilità, i medici hanno il diritto di lavorare bene e in sicurezza ma hanno il dovere di dare il proprio meglio, e questo attraverso il costante aggiornamento professionale». I bisogni del cittadino devono essere al centro del sociale e della sanità: ed è questa la direzione del SSN. L’ideale sarebbe andare verso la personalizzazione della cura ma prima sono necessari dei passaggi con gli operatori. La questione di genere nelle professioni in Basilicata è fattibile grazie all’applicazione di alcune politiche messe in atto nell’ambito sanitario. «La diversità tra uomo e donna è da promuovere e da considerarsi come arricchimento». Secondo l’Assessora Franconi bisognerebbe puntare verso un miglioramento nei lavori di caregiver, spesso delegati alle donne, che diventano così un doppio lavoro e quindi un aggravio fisico che porta ad ammalarsi facilmente (diabete, cardiovascolare).

2.2 La Toscana e la proposta di legge sul riassetto del Servizio Sanitario Regionale Toscana
Lo sviluppo di un approccio di genere alla salute è una delle azioni prioritarie della Regione Toscana che ha istituito la “Commissione per la medicina di genere” partendo dal principio che “la salute non è neutra, e che anche in medicina va applicato il concetto di diversità tra donne e uomini per garantire il miglior trattamento”. Con tale prospettiva si riconosce la necessità di promuovere un’integrazione tra aspetti prettamente sanitari ed elementi conoscitivi della realtà sociale. Tale approccio integrato tra scienze mediche ed umane risulta particolarmente adeguato per strutturare iniziative di prevenzione primaria poiché in grado di mostrare i nessi significativi esistenti tra stili di vita, salute, modelli culturali e politiche del welfare.
L’Assessora Stefania Saccardi precisa che fare l’assessore alla salute «non vuol dire, come spesso si intende, fare l’assessore alla sanità, in quanto la sanità rappresenta una piccola parte delle politiche della salute. Le politiche alla salute si intrecciano con le politiche dell’ambiente, con la prevenzione e stili di vita, con l’alimentazione, ma anche con le politiche di carattere sociale e con le condizioni socio economiche di un paese: per cui l’approccio trasversale è quello più adeguato». La riforma riguarda la riorganizzazione del sistema sanitario che, nonostante i tempi stretti, in Toscana si è tentato di avviare un percorso partecipato coinvolgendo i professionisti e le categorie scientifiche data la tecnicità della legge. Contestualmente a questo percorso si è cercato di trasmettere al cittadino il significato della riforma. «Sulle tematiche della salute c’è grande attenzione e partecipazione in particolare da parte del non profit che opera in questo settore e a cui si fa riferimento, poiché è un interlocutore essenziale per conoscere le reali esigenze. D’altro canto deve orientarsi sempre più alla professionalizzazione proprio perché gli viene affidato dei compiti sempre più importanti».
Le risorse umane sono uno dei punti fondamentali della riforma sanitaria: l’obiettivo è di continuare a migliorare le condizioni di lavoro e quindi creare un sistema che valorizzi le professionalità a disposizione e loro competenze.
Per quanto concerne la questione di genere, l’Assessora Saccardi pone l’accento su due aspetti: da una parte si osserva una prevalenza femminile che opera nel settore sociale e della sanità, perché esprimono una sensibilità particolare verso la vita; dall’altra però è necessario considerare che oggi la medicina è testata sullo stereotipo del maschio e le risposte di cura non sono uguali tra uomini e donne. Quindi la frontiera del futuro è la “medicina personalizzata” sui cui l’Assessorato in Toscana sta lavorando in tal senso. La medicina personalizzata deve essere anche di genere perché una patologia non può essere uguale; quindi la differenza di genere non è solo negli operatori ma anche nell’approccio di cura.
Anche Enrico Desideri, Direttore generale Azienda Usl Toscana sud est, ribadisce che un approccio di salute richiede una scelta interdisciplinare e la rete tra le istituzioni e le associazioni è importante: «sempre più si vuole coinvolgere il cittadino attraverso i comitati di partecipazione o i gruppi di auto aiuto: la tendenza è verso la reciproca corresponsabilizzazione alle scelte di benessere del cittadino». Questo tema porta alle competenze nell’ambito delle risorse umane che «è centrale in una sanità che cambia e che vuole creare intersezione tra le discipline. Occorrono discipline che includano specifiche competenze e capacità attitudinali e che favoriscano l’interazione tra le professioni orientate alle gestione della complessità». E ciò si rapporta con la fragilità sociale, con il mondo della non autosufficienza nella quale «l’attitudine – e non la predisposizione – si acquisisce con la formazione, una delle caratteristiche delle comunità di pratica». La competenze e la responsabilità favoriscono la risposta alla questione di genere e all’intercultura: «è evidente che la cultura del rispetto e la valorizzazione delle specificità sono patrimonio delle conoscenze e delle attitudini».

2.3 Il sistema sanitario in Piemonte
Secondo l’Assessore Antonio Saitta la domanda di salute aumenta a fronte dell’avanzare di fenomeni quali l’invecchiamento della popolazione, il calo demografico, l’immigrazione, l’insorgenza di nuove malattie, il costo elevato di alcuni farmaci. «E’ evidente che vi sono interazioni tra la sanità e i molteplici settori della nostra società, e che vi sono situazioni complesse che vanno affrontate e gestite con un approccio nuovo rispetto al recente passato. Il nostro Paese, complessivamente, ha un sistema sanitario che funziona, con punte di eccellenza: si tratta di agire per fare in modo che il sistema regga, che sia sostenibile dal punto di vista finanziario». Il Patto della Salute e il Regolamento delineano gli ambiti della futura programmazione, all’insegna dell’appropriatezza degli interventi.
«I provvedimenti varati nell’ultimo anno puntano alla riorganizzazione della rete ospedaliera, dell’assistenza territoriale, ad un rapporto con gli erogatori privata. La sanità del Piemonte negli ultimi anni è molto cambiata: la produzione è calata del 3% – senza una contestuale riduzione dei costi – ed è aumentata la mobilità passiva verso altre Regioni, il cui saldo è diventato negativo di 30 milioni nel 2013».
A novembre 2014 la Giunta ha approvato la delibera di revisione della rete ospedaliera pubblica e privata del Piemonte, con l’obiettivo di riqualificare la spesa sanitaria e tornare ad investire sul territorio, sulle tecnologie più avanzate e sulla prevenzione.
Secondo l’Assessore Saitta «senza personale medico, infermieristico, paramedico, senza tecnici preparati non si costruisce una buona sanità. Il Piemonte ha raggiunto punte di eccellenza che sono note e riconosciute a livello nazionale ed internazionale grazie alla professionalità ed all’impegno di uomini e donne di grande valore».

3. L’approccio interdisciplinare nel non profit: cinque best practices italiane
Tante sono le organizzazioni non profit attive nell’ambito sanitario e sociosanitario che collaborano con le Istituzioni e con le strutture ospedaliere locali. Solo per dare un’idea generale della dinamica del non profit in Italia, secondo i dati Istat dell’ultimo censimento, 31 dicembre 2011, le organizzazioni non profit sono incrementate del 28% rispetto al 2001, con una crescita del personale dipendente pari al 39,4%. Il 27,5% dei lavoratori dipendenti opera nel socio sanitario, quindi categorie sempre più professionali e specialistiche. Il contributo femminile in questo ambito è fondamentale: 1,8 milioni di volontarie, 494 mila dipendenti, 142 mila lavoratrici esterne, 3 mila lavoratrici temporanee. Sollecitare il dialogo tra scienze mediche e umane per promuovere un approccio interdisciplinare può essere uno stimolo positivo alle differenze di genere in tema di salute.
Naturalmente non è stato possibile prendere in considerazioni più di cinque best practices che sono state scelte prendendo in considerazione elementi organizzativi, attività progettuali, networking, formazione, tipologia di utenza. Accoglienza e partecipazione restano i valori portanti e in tutti i casi considerati si tiene a precisare che le risorse umane sono professionisti, sia uomini che donne.

3.1 Medici senza frontiere
Medici senza frontiere (MSF) è un’organizzazione medico umanitaria d’emergenza composta da 23 sezioni nazionali indipendenti che si occupano di reclutamento degli operatori umanitari, raccolta fondi, attività di advocacy e sensibilizzazione. Gli uffici che coordinano direttamente le operazioni sul terreno (c.d. “centri operativi”) si trovano ad Amsterdam, Barcellona, Bruxelles, Ginevra e Parigi. MSF opera in 66 paesi e nel 2014 ha effettuato circa 8 milioni di visite mediche, di cui 194.000 parti, più di 81.000 operazioni chirurgiche grazie al lavoro di 3.000 operatori internazionali e quasi 30.000 operatori locali. Per MSF svolgere interventi di emergenza significa «entrare in un paese, avere un obiettivo chiaro di azione operativa e fare in modo che i professionisti in loco possano avere assistenza qualificata». Ogni anno partono dall’Italia molti operatori umanitari professionisti: nel 2014 sono stati 362, ma l’organizzazione conta anche una rete di 14 gruppi di volontari presenti sul territorio nazionale che svolgono attività di sensibilizzazione e raccolta fondi.
L’azione medica di MSF si basa su tre pilastri: ‘imparzialità’, ‘indipendenza’ e ‘neutralità’, assicurando cure mediche gratuite a chiunque, indipendentemente da razza, appartenenze religiose ed etniche. «Per noi la persona è un paziente, e perciò deve essere curato» sottolinea Anna Nava responsabile della formazione degli operatori umanitari. I tre pilastri si fondano su valori importanti quali: prossimità al paziente, etica medica, umanità, accesso gratuito alle cure mediche come diritto fondamentale. Grazie al supporto costante di numerosi donatori (il 90% dei fondi dell’organizzazione provengono da privati), MSF può agire in modo rapido ed efficace in qualsiasi contesto di emergenza, sempre con il rispetto dei propri valori di neutralità e indipendenza, favorito dal fatto che non riceve finanziamenti da nessun organo governativo.
L’organizzazione è composta da professionalità diverse: dai medici ai gestori delle risorse umane, agli infermieri, a farmacisti e logisti; tutte figure specializzate, con un alto livello di professionalità e competenza, reclutati attraverso una rigida selezione in modo da poter operare sul campo con professionalità e autonomia ma sempre con una buona capacità di lavorare in team. Per questo uno degli obiettivi dell’organizzazione è arricchire la professionalità dei propri operatori umanitari attraverso la gestione e l’organizzazione diretta dei corsi di alta formazione per tutte le figure professionali in base a bisogni e alle potenzialità che si intendono sviluppare.

3.2 Croce Rossa Italiana
L’Associazione Italiana della Croce Rossa (C.R.I.) è un ente di diritto pubblico non economico con prerogative di carattere internazionale che ha per scopo l’assistenza sanitaria e sociale sia in tempo di pace sia in tempo di conflitto. E’ posta sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, sottoposta alla vigilanza del Ministero della Salute, del Ministero dell’Economia e delle Finanze e del Ministero della Difesa, ciascuno per quanto di competenza. La C.R.I. fa parte del Movimento Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa. La mission dell’associazione è “prevenire e alleviare la sofferenza umana, contribuire al mantenimento e alla promozione della dignità umana e di una cultura della non violenza e della pace”.
I dati del 2014 danno un’idea della struttura organizzativa e dell’impegno associativo: 1.144.000 servizi sanitari effettuati, 980.000 persone aiutate nell’area salute; nel sociale, su 4 milioni di richieste d’aiuto nel 2014 sono state soccorse 511.000 persone (per aiuti materiali, unità di strada, accoglienza dei migranti); nell’ambito emergenze, più di 10mila operatori impiegati e oltre 200mila persone aiutate. I giovani e la loro formazione sono due pilastri per il C.R.I.: 134 eventi formativi/informativi nazionali e internazionali, 3mila giovani tra i 14 e i 30 anni hanno partecipato agli eventi formativi.
E’ un’organizzazione che può contare su 120mila volontari che possono scegliere se impegnarsi nel pronto soccorso, nel trasporto per disabili, protezione civile, attività sociale sul territorio nazionale a favore dei migranti, senza fissa dimora, assistenza handicap. La struttura è suddivisa per aree funzionali (salute, sociale, protezione civile, diritto internazionale, area giovani, comunicazione) ma l’attività principale è la formazione, sia tecnica che valoriale, rivolta agli istruttori e ai giovani: come dichiara il Delegato tecnico nazionale dell’area salute, Maurizio Menarini, gli obiettivi di quest’area è «cosa vuol dire per noi il concetto di salute». Il vantaggio dell’organizzazione è di avere una rete nazionale con diverse professionalità (psicologici, sociologi, ingeneri) e quindi in grado di fare networking.
Per quanto concerne il ruolo della donna, originariamente lo statuto prevedeva sia la sessione femminile, in cui entravano donne impegnate nell’attività di fundraising per iniziative o concerti di beneficenza, sia le crocerossine; oggi sono rimaste le infermiere volontarie (le “crocerossine”) che però si integrano con il resto dell’organizzazione.

3.3 Fondazione Don Gnocchi
Il Presidente della Fondazione Don Gnocchi Mons. Angelo Bazzari esorta al concetto di salute come prevenzione, che poi diventa cura, diagnosi, riabilitazione. Un processo che, da una parte, è attinente allo sviluppo economico, sostenibile e responsabile e, dall’altra, è un impegno del sociale e sociosanitario, puntando ad uno sviluppo che si avvale della tecnologia innovativa. Tale sviluppo deve tener conto della centralità della persona e non soltanto delle prestazioni. «La interdisciplinarietà è un concetto valido non solo per il team che assiste il paziente ma anche dell’intera organizzazione sanitaria e quindi tutti i soggetti chiamati in causa: l’ente pubblico, il privato e il privato sociale». La Fondazione Don Gnocchi, che si avvale oggi di circa 5.500 operatori, tra personale dipendente e collaboratori professionali, si impegna nella riabilitazione, nelle aree di fragilità e nella vulnerabilità. La Fondazione è realtà unitaria nell’impegno valoriale e del patrimonio culturale ma, al contempo, è una realtà plurale perché ha 28 Centri diffusi in 9 regioni italiane. E’ plurale anche il modo con cui è affrontato il percorso di cura della persona: la Fondazione Don Gnocchi infatti contempla day hospital, residenzialità e domiciliarità per pazienti terminali e di sclerosi multipla, fino ad occuparsi della longevità, con anziani e non autosufficienti. Chi opera nella Fondazione è un mix di professionisti specializzati nell’ambito socio assistenziale: 250 medici affiancati da fisioterapisti e infermieri. La loro formazione è costante e finalizzata agli obiettivi istituzionali e alla crescita professionale individuale. Il 75% del personale (a tutti i livelli gerarchici, dalla ricerca alla dirigenza agli operatori) sono donne, in quanto sono più predisposte all’assistenza, più coraggiose e dedite nella cura, oltre che ad avere una personalità caratteriale funzionale ad alleviare il dolore. «C’è la tendenza ormai verso una femminilizzazione di alcune professioni, soprattutto laddove si richiedono queste caratteristiche».
Secondo il Presidente della Fondazione Don Gnocchi nel volontariato è cresciuta la consapevolezza di una maggiore professionalità: «al professionista chiediamo dedizione, al volontario chiediamo un minimo di professionalità».
La Fondazione è da anni impegnata nella ricerca applicata, a dimostrazione della sensibilità per l’assistenza clinica, e perciò è riconosciuta anche come Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS), segnatamente per i Centri di Milano e Firenze.

3.4 Associazione Amici del Meyer
L’Associazione Amici del Meyer opera all’interno del “Meyer Azienda Ospedaliero Universitaria”. Nasce nel 2008 grazie all’impegno di 40 volontari che oggi sono diventati 286. L’Associazione è di supporto alla Fondazione Meyer nell’operazione di raccolta fondi e nello svolgimento di attività interne all’Ospedale tra cui l’accoglienza famiglie di bambini ricoverati, l’accoglienza pronto soccorso, l’attività di supporto ai professionisti nella ludoteca, la “Scuola in ospedale”, l’indagine qualità sul servizio ospedaliero intervistando le famiglie dei bambini dimessi.
Nel Meyer la interdisciplinarietà è rilevabile dai progetti che sono in parallelo con il percorso di cura come la ludoteca, la pet therapy, la clown therapy e la “Scuola in ospedale” dove, nella cura medica del bambino, i volontari operano in sinergia con i professionisti e con gli insegnanti di ruolo.
Il Presidente dell’Associazione Andrea Borghi ribadisce che la professionalità si acquisisce dai corsi formativi finalizzati a dare informazione di base o di natura psicologica, ma si sente l’esigenza di andare oltre, verso una formazione avanzata per dare l’opportunità ai volontari di andare in corsia. Interessante è il progetto formativo 2015-2016 dell’Ospedale che riunisce tutte le attività di ospedalizzazione per uniformare e dare un indirizzo comune a tutte le associazioni che organizzano corsi formativi per i propri volontari, evitando così il rischio della frammentazione dei saperi e delle conoscenze. L’80% dei volontari sono femmine in quanto si riscontra con difficoltà il coinvolgimento di volontari maschi, molto probabilmente perché l’attività di volontariato dell’organizzazione è centrata sulla maternità. Rispetto al passato, oggi è più problematico fidelizzare i giovani perché, se pur interessati, sono desiderosi di fare esperienze diverse e in contemporanea.

3.6 VoaVoa! onlus
VoaVoa! onlus è un’associazione nata nel 2013 da Guido De Barros e della moglie Caterina Ceccuti, in conseguenza della propria esperienza familiare, in quanto la figlia Sofia, a soli un anno e mezzo di vita, è stata colpita da una patologia rara neurodegenerativa inguaribile, per la quale vi sono, nella migliore delle ipotesi, soltanto cure palliative.
In due anni di attività VoaVoa! onlus vanta di un corpo sociale composto da 400 soci circa, ma l’impegno è crescere attraverso campagne di promozione. Il corpo sociale si divide in soci sostenitori, soci volontari, famiglie Voa Voa (con uno o più figli affetti da patologia neurodegenerativa rara) e soci collaboratori. «I soci volontari entrano all’interno dell’organizzazione senza avere una competenza specifica ma grazie al percorso ‘fatto sul campo’ riescono ad acquisire un know out tale che esprimono la volontà di rinnovare di anno in anno il loro impegno, fino a delinearsi per loro una mansione interna». I soci collaboratori, ovvero i soci regolarmente iscritti, portano all’interno di Voa Voa! la propria professionalità, utile per dare spessore e concretezza ai servizi socio-sanitari erogati. Tra questi: specialisti nel campo della riabilitazione (fisioterapisti, logopedisti ecc), medici, dottori (neurologo, pediatra ecc), psicologi, assistenti e promotori sociali in grado di far fronte alle istanze psico-sociali delle famiglie appartenenti a Voa Voa.
Il progetto dell’associazione è ambizioso: partendo dal presupposto che è importante il dialogo, si viene a creare una grande famiglia, proprio la stessa che Guido e la moglie Caterina avrebbero voluto quando si sono trovati di fronte alla patologia della figlia, auspicando in un’assistenza multidisciplinare che li aiutasse a livello domiciliare. Anche la formazione rientra in questo progetto ambizioso: a maggio 2016 si è svolto il primo evento formativo patrocinato da Voa Voa! onlus e organizzato da Monica Panella, esponente di spicco nazionale nel campo della Deglutologia, nonché socia volontaria e collaboratrice nell’associazione. Con iniziative simili Voa Voa! onlus coltiva l’ambizioso scopo di formare nel tempo una classe di giovani specialisti delle varie discipline sanitarie e sociali, motivati e sensibili alla causa dell’associazione, con lo scopo di creare una rete professionale di contatti utili alle famiglie, aderenti all’associazione, disseminate in tutt’Italia.
«VoaVoa! non nasce attorno ad un’unica patologia ma nasce attorno ad una condizione. Poi nasce attorno ad una caratteristica neurologica in età pediatrica» sostiene il Presidente De Barros. Al di là dell’attività istituzionale, la colonna portante dell’associazione è il dialogo, il contatto e lo scambio continuo tra le famiglie.
La ricerca scientifica è fondamentale per il progetto VoaVoa! onlus e in particolare negli ambiti delle terapie palliative, su metodi di diagnosi precoci e sulla nutrizionistica. Infatti l’associazione, nell’ambito della ricerca, è riuscita ad attivare anche con l’Ospedale Meyer un percorso sperimentale, creando così un bell’esempio di collaborazione tout court, con il “Progetto Leucodistrofie” per la diagnosi precoce tramite lo screening neonatale, che è la patologia della figlia Sofia, della leucodistrofia metacromatica.

Riferimenti bibliografici
9° Censimento industria e servizi e Censimento istituzioni non profit, Rapporto Istat, 2011;
Foglietta F., Toniolo F. (2012), Nuovi modelli di governance e integrazione socio-sanitaria, “Salute e Società”, Franco Angeli, a. XI, n. 1;
La salute di genere in Toscana, Documento ARS Toscana n° 74, Settore Sociale Osservatorio di Epidemiologia, novembre 2013;
MacchioniE., Chinchilla N. (2013), Generare benessere tra famiglia e impresa, “Sociologia e Politiche sociali”, Franco Angeli, volume 16-2;
Biancheri R. (2014), Genere e salute tra prevenzione e cura, “Salute e Società”, Franco Angeli, a. XIII, n. 1;
Sannella A. e Toniolo F., Le sfide della società italiana tra crisi strutturali e social innovation, Politiche sociali 5, 2015, Edizioni Ca’ Foscari

Articoli correlati
Gender-related Health in Tuscany, ARS Toscana, giugno 2015;
http://www.vita.it/it/article/2016/06/30/medicina-solidale-litalia-ne-ha-sempre-piu-bisogno/139999/

Link ai siti
www.ars.toscana.it
http://www.medicisenzafrontiere.it
https://www.cri.it/home
http://www.dongnocchi.it
http://www.amicidelmeyer.it
http://www.voavoa.org

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